Categoria: Storie di Mare

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  • Storie di mare: Alla larga dal mare (seconda parte)

    Storie di mare: Alla larga dal mare (seconda parte)

    Il mare, visto da chi voleva stare sulla terraferma. Ecco il secondo racconto di mare scritto da Viviana Capurso

    alla-larga-dal-mareL’oggetto oscillante, visto “da sopra”, non assomiglia per niente a Love Boat. Tutti quei telefilm sono stati solo una presa in giro.
    Avete presente quei ponti, le sdraio per prendere il sole, i cocktail? Non so se sia colpa di mio marito che ha scelto un modello sbagliato, ma qui non c’è nulla di simile.

    Questa specie di enorme volante a forma di ruota, tanto per dirne una, ingombra un sacco e non si sa a cosa debba servire.
    Mi muovo con circospezione dietro a mio marito.
    Per terra è tutto un caos. Corde, cose che tengono le corde, tubicini, oggetti tondi in acciaio, oggetti lunghi in acciaio, cavi, cavi in acciaio… mi sfugge un concetto: gli esseri umani, su questo pericoloso oggetto oscillante, dove diavolo dovrebbero stare?

    Nel tempo in cui arrivo sul davanti della barca – e insisto, non lo chiamerò “prua” solo per farvi piacere, è (e rimane) “il davanti” – ho lasciato un ginocchio su una sbarra di legno, un alluce su una sporgenza, un mignolo su una corda. Non posso neppure chiedere se c’è un medico a bordo.

    Mio marito è un medico.

    Anche se guardo in alto, è tutto un caos. Ci sono un sacco di sbarre verticali, un paio di sbarre orizzontali e il solito numero infinito di corde e cordine. Mentre esploro con circospezione mio marito annuncia con voce pacata: – Tieniti, sta passando un motoscafo.

    Dato il tono non mi preoccupo minimamente, è evidente che sa cosa fa.

    Lui.

    Io, invece, penso bene di afferrarmi ad una corda penzolante. D’altronde mio marito lo ripete sempre – sulla terraferma peraltro – “in barca ci sono un mucchio di oggetti a cui tenersi”.

    Sì, questa cordina a righine bianche e blu mi sembra perfetta per tenermi salda. Poi questo motoscafo sembra davvero una lumaca. Mio marito, con tutte le sue precauzioni, è il solito pignolo.

    Alla prima onda perdo lo scarso equilibrio che si può avere su un oggetto oscillante, mi aggrappo con forza al cordino, il cordino si srotola rapido dall’oggetto metallico, io mi arrotolo rapida sulla corda e picchio nuovamente la testa sulla solita sbarra di metallo orizzontale. Dalla sbarra verticale si srotola una specie di lenzuolino.

    Quando l’oggetto semovente smette di oscillare, mio marito si volge serafico.

    – Perché hai mollato una cima?

    – Forse è lei che ha mollato me, non ti sembra?

    – Non dovresti tenerti alla cima, non è sicuro.

    Di sicuro al momento c’è solo il fatto che voglio il divorzio.

    – Perché non ti tieni al tientibene?

    Tientibene???? Io non so chi abbia inventato il gergo degli oggetti oscillanti, ma di sicuro aveva una fantasia malata. Sembra di essere in “Colazione da Tiffany” con il gatto che si chiama “Gatto”. Qui però è molto meno poetico.

    Al momento comunque, quello che mi lascia perplessa è che ho visto solo “il sopra” della barca. Esattamente, dove dovrebbe essere lo spazio abitabile?

    Mio marito, in anni di conoscenza, è diventato un esperto di lettura del pensiero.

    – Vieni, ti mostro l’interno.

    Una scala con tre gradini ripidissimi mi conduce in un antro buio. Ognuno dei gradini è lungo metà del mio piede.

    – Hai comprato una barca per Cenerentola – commento acida tentando di scendere le scale con l’agilità di un leone marino.

    Una volta scesa sotto gli occhi faticano ad abituarsi alla semioscurità. Non vedo nessun oggetto utile qui sotto. Ci sono solo pareti di legno, divani e quattro porticine di legno, perfette per chi non supera l’altezza di “due mele o poco più”.

    Dove portano le porte? Cerco di aprirne una. Ruoto il pomello ma non si apre.

    – Spingi.

    Io spingo. Al terzo tentativo, appoggiando tutto il mio peso e con una mossa di spalla che ricorda i più cruenti telefilm americani, entro così rapidamente che, immancabilmente, picchio la testa sull’ennesima sporgenza e mi ritrovo seduta in un sarcofago triangolare.

    – Ecco! Quella è la nostra cabina! Dormiremo lì.

    Probabilmente il trauma cranico questa volta è più serio. Mio marito parla e io non capisco cosa intende. Questo sarcofago non può essere una cabina.

    Mio marito prosegue imperterrito con la visita.

    – Vieni, ti mostro il bagno.

    Una specie di stanza per puffi di forma triangolare appare dietro l’ennesima porticina anti-sfondamento.

    A parte gli oggetti prioritari per la definizione di “bagno” non vedo i complementi d’arredo essenziali tipo doccia e vasca.

    Il sorriso di mio marito comincia ad essere tirato.

    – Per “il resto” ci sono le marine, i porti…

    – In che senso?

    – Sai, come nei bagni dei campeggi…

    – Non sono mai stata in un campeggio. Come sono i bagni dei campeggi?

    – Beh, belli, curati, vengono puliti spesso perché li usano parecchie persone.

    – Parecchie persone chi????????

    Come nel Libro Cuore, “l’infame” sorride.

    – Dai, molliamo gli ormeggi.

    L’unico che vorrei mollare, al momento, è mio marito.

    Fatemi scendere.

    Viviana Capurso

    (La prima parte del racconto di Viviana è Storie di Mare: Il mare, visto da chi voleva stare sulla terraferma)

     

    Viviana Capurso, autrice del racconto
    Viviana Capurso, autrice del racconto

    Assegnista di ricerca presso l’Università di Udine, viaggiatrice priva di senso dell’orientamento e cuoca scarsa, ancora non ha deciso cosa farà per cena. Per lavoro scrive articoli che nessuno legge, nel tempo libero cerca il riscatto. Cresciuta sulla terraferma ambirebbe a restarvi. Costretta a salire su un oggetto oscillante ha un fitto dialogo con le bocche di granchio, armeggia ma non ormeggia, osteggia gli osteriggi. Teme le nutrie convertite alla dieta onnivora, gli algidi marinai croati e i fiocchi che non siano sui pacchetti. Dell’oggetto oscillante non ha ancora capito a cosa serve quel grande volante, la miriade di cordine colorate e quelle tendine triangolari appese a un palo. Soffre il mal di movimento e nella vita aveva una sola certezza, voleva stare alla larga dal mare.

  • Alla larga dal mare

    Alla larga dal mare

    Storie di Mare: Il mare, visto da chi voleva stare sulla terraferma

    Ecco una nuova storia di mare! “Nella vita avevo una sola certezza, volevo stare alla larga dal mare”

    storie-di-mare-alla-larga-dal-mare– Oddio, sto male, si muove tutto, lo vedi?
    – Sei sul pontile. Non si muove un bel niente.
    – Non è vero! Si muove! Il mare si muove! E io sto male! Te l’avevo detto! Soffro il mal di mare!
    – Siamo su un fiume. Ecco. Non capisco questa mania che ha mio marito di voler sempre precisare tutto.
    Sono qui, su un pontile che oscilla di continuo (checché ne dica lui) che osservo la sua barca.
    Intendiamoci, non è che io non subisca il fascino delle barche a vela. Le trovo affascinanti!
    Eleganti, maestose, comunicano un senso di grande libertà.
    Provo lo stesso sentimento anche verso i tucani e le scarpe con il tacco a spillo. Tutte cose belle.
    Finché le ha qualcun altro.
    Sono nata e cresciuta in città. Ho familiarità con il ritardo della metropolitana, con la nebbia, con lo sferragliare dei tram. Ho preso aerei egiziani e autobus canadesi. Non mi sarei mai sognata di salire su una barca a vela.
    Ah, dimenticavo un ulteriore dettaglio. Io soffro il mal di mare. O meglio, io soffro qualunque mezzo mi trasporti. L’auto, il treno, l’aereo. E il mare è la cosa peggiore. Perché, se non lo sapeste, il mare si muove di continuo. E non ditemi che devo guardare l’orizzonte, annusare il prezzemolo, masticare lo zenzero o tenere il timone. Non ditemi che è psicosomatico. Io quando poso i piedi su quell’oggetto oscillante provo l’unico desiderio di tornare a terra.
    Dopo aver armeggiato con corde colorate e di diversa lunghezza – è inutile, non le chiamerò MAI cime, il vostro gergo non mi avrà! La barca non è una specie di stato autonomo con una lingua propria!! – mio marito avvicina la barca al pontile e ci salta sopra. Mi guardo intorno atterrita. Non scherziamo. Non penserà che possa salire anche io così? Nelle navi da crociera non ci sono scale mobili e ascensori e cose così? Ho visto tutte le puntate di Love Boat, la barca a vela non può essere tanto diversa!
    Mentre fisso nel vuoto in attesa che si materializzi qualche utile strumento, un castoro dalle inquietanti proporzioni fa capolino in acqua. Lancio un urlo terrificata. Riappare mio marito, flemmatico come di consueto.
    – È una nutria. Il fiume è pieno. Non ti agitare. Si fanno le pellicce con le nutrie, sei una donna, dovresti saperlo.
    – Se è per questo si fanno anche le bistecche con gli struzzi, questo non presuppone che io ne abbia mai visto uno da vicino.
    – Nei fiumi sono piuttosto comuni – risponde imperturbabile.
    La nutria mi guarda. È evidente che non vede l’ora che io cada in acqua per farsi una pelliccia di essere umano e vendicare l’intera razza.
    – Sono animali vegetariani – prosegue mio marito leggendomi nel pensiero.
    – Anche la tua amica Alessandra era vegetariana e l’altra sera al ristorante ha ordinato la tartare di manzo.
    Che ne so io della coerenza di una nutria? E se cambia idea? E se fosse solo una moda quella di dire “No, non mangio esseri umani?”.
    Mio marito mi strappa alle mie riflessioni appoggiando sul pontile una tavoletta di legno che dalla barca va al pontile. Sarà larga una ventina di centimetri. Lo osservo.
    – Ecco, sali.
    Non scherziamo. Io ho il quarantuno di piede. Peso un po’meno di sessanta chili. Non faccio il funambolo di mestiere. Non posso salire su quella tavoletta di legno legata alla barca da due nodini insulsi! Nemmeno la nutria potrebbe salire con quell’affare!
    Mio marito mi guarda paziente e attende. Anche la nutria, ferma in mezzo al fiume, attende il suo pasto.
    Valuto le ipotesi. Scappare, svenire, strisciare di pancia. Non so decidermi. Così mentre mio marito mi tende una mano mi avventuro. La nutria sta col fiato sospeso.
    Un piede dopo l’altro arrivo sull’oggetto semovente, con un balzo sgraziato sono a bordo, picchio lo zigomo su una sbarra di metallo, inciampo in una specie di grande volante e picchio la fronte su una sbarra orizzontale, messa a casaccio nel mezzo della barca.
    – Hai visto che ce l’hai fatta? Tutto a posto? Ti sei fatta male da qualche parte?
    La domanda corretta è se NON mi sono fatta male da qualche parte.
    L’oggetto semovente continua ad oscillare pericolosamente, forse non è abituato ad un peso come il mio. Guardo malinconicamente il pontile che ho appena lasciato. Sono in balia dei flutti. La nutria si allontana indispettita, è evidente che oggi dovrà accontentarsi di un menu vegetariano.
    Mio marito sorride imperterrito.
    – Potresti aiutarmi con le cime? Ti devo spiegare come farle passare dalle bocche di granchio e metterle attorno alle bitte negli ormeggi. Poi ti faccio vedere la barca.
    La botta in testa deve avermi causato dei danni irreparabili al cervello. Non ho idea di cosa stia dicendo. Riesco a formulare un unico pensiero.
    Fatemi scendere.

    Viviana Capurso

    Viviana Capurso, autrice del racconto
    Viviana Capurso, autrice del racconto

    Assegnista di ricerca presso l’Università di Udine, viaggiatrice priva di senso dell’orientamento e cuoca scarsa, ancora non ha deciso cosa farà per cena. Per lavoro scrive articoli che nessuno legge, nel tempo libero cerca il riscatto. Cresciuta sulla terraferma ambirebbe a restarvi. Costretta a salire su un oggetto oscillante ha un fitto dialogo con le bocche di granchio, armeggia ma non ormeggia, osteggia gli osteriggi. Teme le nutrie convertite alla dieta onnivora, gli algidi marinai croati e i fiocchi che non siano sui pacchetti. Dell’oggetto oscillante non ha ancora capito a cosa serve quel grande volante, la miriade di cordine colorate e quelle tendine triangolari appese a un palo. Soffre il mal di movimento e nella vita aveva una sola certezza, voleva stare alla larga dal mare.

    “Alla larga dal mare” fa parte di una raccolta di racconti pubblicati nel volume “Il mare delle Donne” – Ugo Mursia Editore (https://goo.gl/L99C4i)

  • Storie di Mare: regata sulla Costa degli Dei vissuta a bordo di Bramino, la barca di un lupo di mare solitario

    Storie di Mare: regata sulla Costa degli Dei vissuta a bordo di Bramino, la barca di un lupo di mare solitario

    Il racconto di un viaggio tra le boe vissuto su Bramino, la barca del Lupo di Mare Solitario Ferruccio Rizzuti. Dalla seconda prova del campionato d’altura che si sta svolgendo in Calabria, è in corsa per il Progetto “Sognando Itaca” dell’AIL- Associazione Italia Contro la Leucemia

     

    L'armatore di Bramino Ferruccio Rizzuti
    Ferruccio Rizzuti, l’armatore di Bramino

    Vibo, 05/11/2017: Campionato Vela d’altura 2017-2018 – Seconda prova

    Condizioni meteo alla partenza buone con un vento da est di una decina di nodi, mare calmo e cielo sereno o con qualche velatura. Partenza alle 11.42.13, percorso di 6,5 mm.

    Nella foto Bramino è coperta dalla barca giuria perché era alla boa e con mure a sinistra.
    Nella foto, Bramino è coperta dalla barca giuria perché era alla boa e con mure a sinistra.

    La partenza di Bramino non è stata buona perché ero partito alla boa con mure a sinistra e mi sono trovato diverse barche che si incrociavano con Raffica II che proveniva con mure a dritta, con Vittorio Vercillo che gridando come un pazzo [:)] alle altre barche che incrociava per avere acqua. Per lasciarlo passare in modo corretto ho perso qualche minuto. Poi, mi sono messo in rotta per tagliare la linea di partenza e iniziare il primo bordo a terra, ma dopo qualche minuto ho virato per andare al largo dove c’era maggiore pressione.

    2Quindi sono partito facendo un bordo a terra fin sotto il borgo di Pizzo, procedendo con una buona velocità per poi virare e proseguire verso il largo dove stavo per incrociare Thinking About. Pur avendo diritto di rotta ho preferito virare e tenermelo dietro, poiché sulla layline verso la boa mi sarei presentato con mure a dritta nuovamente e all’incrocio sarei passato prima.

    3Al giro di boa (foto a sinistra) vedo passare prima di me Jaramy di Paoletto Greco che però recupero nel successivo lato di poppa in quanto faccio un lungo bordo di poppa tenendomi verso il largo, mentre le altre imbarcazioni si tenevano più sotto costa. Intanto, le prime barche che risalivano lungo il secondo bordo di bolina erano tutte sotto costa dove, in quel momento, c’era una maggiore pressione.

    L'ora in cui Bramino gira la boa di bolina
    L’ora in cui Bramino gira la boa di bolina

    La boa di poppa la giro alle 13:01,20 secondi (foto a destra) e incomincio così il secondo lato di bolina, facendo sempre un bordo a terra fin sotto il paese di Pizzo incontrando dei brutti vuoti d’aria che hanno rallentato di molto la velocità di Bramino e mi hanno indotto a fare delle stupidaggini, come virare diverse volte con poco vento.

    Intanto l’imbarcazione Thinging About proseguiva la sua navigazione più sopravvento, dove c’era più aria, e approcciando la boa di bolina con congruo anticipo su Bramino. Jaramy invece, che aveva fatto un bordo al largo, era anche lei penalizzata dal poco vento e arrivava  indietro.  In prossimità della boa, dove c’era una forte corrente, Bramino si è trovato in difficoltà  perché non avevo saputo calcolare la velocità della corrente. Per poco stavo per perdere la boa e ho dovuto fare un altro paio di virate per poterla girare in sicurezza. Jaramy, intanto, che sopraggiungeva con mure a sinistra e faceva un bordo bretone, girava la boa interno e mi sono dovuto tenere discosto. Quindi, a quel punto, dietro a me c’erano solo due barche, Luna e Sybaris, che stavano ancora risalendo il vento.

    La grande rimonta!

    9E qui comincia la più grande rimonta che io abbia mai fatto. Poiché mi sono mantenuto al centro del campo di regata, esattamente sulla linea dritta, per andare in boa, Jaramy e altre due barche più grandi facevano una rotta più al largo e Thinkin About era bloccata da un vuoto d’aria a  300/400 cento metri dalla boa di poppa. Il vento era decisamente girato verso ovest e quindi mi sono mantenuto sulla rotta verso la boa con una andatura al traverso con una buona velocità, attorno ai 4,5 nodi, mentre le barche al largo avevano minore pressione e sono state costrette a fare più strada. Essere indietro e dover recuperare non sempre è negativo poiché hai modo di vedere quello che fanno le barche che ti stanno davanti. Inoltre il vantaggio di essere in solitario è che non hai la possibilità di rilassarti o distrarti un attimo e quindi ti accorgi subito dei salti di vento e sei sempre pronto a regolare le vele o la rotta di quel tanto che ti consente di mantenere costante la velocità, perché una volta preso il suo passo giusto la barca avanza.

    Storie di mareBramino, con una continua regolazione micrometrica delle vele, manteneva un assetto costante e si presentava alla boa prima di tutte le barche che fino a poco prima aveva avuto davanti alla sua prua.

    E qui incomincia la sofferenza. Il vento era del tutto calato e per fare lo stacchetto fino alla barca giuria l’andatura diventava al giardinetto o di poppa piena. Ho dovuto fare le acrobazie per tenere la randa, in modo che non strambasse accidentalmente, e il timone, per un minimo di rotta regolare.  Quelle centinaia di metri che mi separavano dall’arrivo sembravano non finissero mai. Anche le barche che erano sulla poppa di Bramino si trovavano nella stessa situazione e non avevo da temere alcuna sorpresa. Fino a che non è arrivato il fischio liberatorio dell’arrivo di Bramino che annunciava la conclusione della sua regata.

    il-tempo-di-arrivo-di-bramino-dellarmatore-ferruccio-rizzuti
    Il tempo di arrivo di Bramino

    Il tempo che mi ha assegnato la giuria è di 14.41.31, poiché i nostri orologi (foto a sinistra) non erano sincronizzati sullo stesso meridiano… Acceso il motore ho liberato subito la linea di arrivo e sono uscito rapidamente dal campo di regata e dietro di me la situazione era la seguente (foto in basso). Considerand14o che c’erano ancora sempre Luna e Sybaris ancora più indietro, ho concluso la regata lasciando dietro sei barche… non male per Bramino.

    Ferruccio Rizzuti

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    Traversata in oceano Atlantico da Martinica a Faial

    Traversata oceano Atlantico (2)L’Atlantico?! Pieno d’acqua (per circa 6000 km) senza nemmeno un autogrill

    È una cosa particolare, diversa. Attraversarlo a vela è un’esperienza molto particolare, unica e al contempo faticosa. Alla fine, però, quando l’isola appare di prua, verdissima di vegetazione, un po’ nera di rocce vulcaniche, brillante come uno smeraldo screziato adagiato in un mare blu cupo, provi una grande, malinconica soddisfazione

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  • Il primo imbarco (di Ulisse)

    Il primo imbarco (di Ulisse)

    Il primo imbarco (di Ulisse)Ulisse trascorreva l’estate in Calabria e di mattina si recava al porto di Cirò in bicicletta; ci andava per pescare, ma comprava l’esca dai vecchietti pescatori e suggellava l’affare e la socializzazione offrendo un caffè. Riceveva infatti la comanda: “vai al bar, ci devi tre caffè!”. Lanciavano dalla barca sulla banchina tre pesci azzurri! La pesca portava al nulla visto “l’abilità” del pescatore, ma al villaggio a Torre Melissa si sentiva dire: “complimenti per i tre pesci, che esca hai usato?” “Caffè”, era la risposta.
    Una di quelle mattine passate al porto, vedette una barca strana, sembrava una portaerei con un signore in pozzetto che si faceva la barba. Lasciò la bici e andò a “taccare” bottone.
    – È autocostruita?
    – Sì, ma da Ernesto Tross, vuoi salire? Te la faccio vedere!
    Damiano era andato in pensione 6 mesi prima e volendo fare il giro del mondo aveva fatto l’acquisto di questa barca inaffondabile (lo era anche il Titanic!) tutta in alluminio.
    Ernesto ha scritto 2 libri su questa barca, “Orso Grigio”; personaggio giramondo, artista di finestre colorate, aveva studiato per la realizzazione di “Orso Grigio” una barca in cui la sicurezza fosse al primo posto. Per chi naviga non ha importanza il tempo che impiega, ma importa arrivare alla meta. Quindi senza chiglia, con deriva mobile integrale, senza tuga con bitte super rinforzate (casomai un rimorchiatore dovesse disincagliare). La prua tronca per facilitare il salto in banchina, lamiera mandorlata antiscivolo sul ponte, ingresso della cabina con cupola in plexiglas per governare stando sulla scaletta senza bagnarsi e poi ancora due boma corti a ponte per non sbattere la testa, randa steccata da catamarano ingarrociata su un paterazzo verticale distante dall’albero per evitare le turbolenze (albero inclinato verso poppa), sartie in acciaio zincato di sezione più grande rispetto l’inox, ma molto meno costose, grande fiocco, scafo spigolato per ridurre lo scarrocciamento.
    Damiano descriveva la sua barca come si parla di un’amante che ti prende nella carne e non nella ragione. Ulisse si specchiava in lui, pensando un possibile imbarco. Offrì quindi la sua amicizia e la possibilità di cenare insieme a Rocca di Neto. Bisognava avere un’auto a disposizione che non c’era. Tommaso, vicino d’alloggio, la prestò così cenarono assieme e alla conclusione Ulisse richiese la possibilità di passare qualche giorno assieme offrendosi in cambio per un mini corso di apnea! Damiano se l’aspettava e accettò – ti telefonerò io quando potrò ospitarti! – Athena s’era mossa per aiutarlo, i fili che muovono gli Dei sono invisibili e misteriosi!
    Un mese dopo era a Roccella Ionica su “Orso Grigio”. La prima notte passò insonne per l’emozione, e il mattino alle 6 era già in piedi. Trovò un personaggio che raccontava di rapporti a tre con una coppia dalle perversioni pazzesche conosciuta lì (veniva da chiedersi se li trovasse tutti lui, a Crotone un mese prima gli avevano offerto incontri ravvicinati di primo tipo). Comunque, dopo aver fatto colazione con l’armatore uscirono alle 11 del mattino con una leggera brezza. La meta era Capo Spartivento, comportava che la rotta più breve facesse flottare la randa, ma a Damiano andava bene così. Ulisse alla barra virava leggermente verso la costa per far tendere la randa al massimo, ma era continuamente ripreso dall’amico: ”vira verso il largo così si va a riva”. Ma Ulisse aveva capito tanti anni prima che avrebbe ugualmente raggiunto la meta bordeggiando, e con rendimento superiore. Il navigare è un istinto naturale, lo senti dentro, non hai bisogno d’istruttori. Lo so che può sembrare superbia, ma la dimostrazione è nei fatti.
    Si alternavano le uscite in barca a esercizi di apnea con risultati sorprendenti, l’allievo imparava bene! Furono giornate belle, alla sera si andava in un ristorante in collina, ottima cucina prezzi buoni e una cameriera dalla bellezza selvaggia (discendenza saracena?). Ulisse si sentiva in paradiso e forse lo stato eccitativo lo portava a essere logorroico, ma Damiano sopportava. Arrivò l’ultima sera (si doveva passare la notte in mare per aspettare l’alba), il vento di tramontana gonfiava il mare, quindi la decisione di rinunciare all’uscita, ma dopo varie insistenze Damiano cedette. Uscirono dal porto direzione Capo Spartivento, il mare alzava con l’onda la poppa, Ulisse ebbe subito la sensazione che forse aveva osato troppo, ma prendendo a prestito una frase dello scalatore G. Gervasutti e modificandola dalla montagna al mare si potrebbe dire: “E l’ebbrezza di quell’ora passata in mare isolato dal mondo, nella gloria delle onde potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia!” Ulisse capì che per governare l’Orso Grigio in quelle condizioni avrebbe dovuto tener presente l’angolo dell’asse longitudinale della barca rispetto la linea dell’onda, al fine di ottenere il superamento dell’onda senza subire lo scarroccio, è così fu! Anni di windsurf erano serviti! Wow! Damiano, dal canto suo, aveva dato piena fiducia ed era sceso in cabina a dormire, quando risalì sul pozzetto si stupì del percorso fatto dalla barca, ma col vento che tirava anche una barca pesante “fila ch’é un piacere”. A questo punto Damiano prendeva il governo della barra, virava verso riva accendendo il fuoribordo, e ritornati alla diga foranea riprendeva il largo spegnendo il motore dato che il vento si era calmato. Gireranno in lungo e in largo aspettando l’alba per provare quelle emozioni che non si possono descrivere, ma solo viverle.
    Anni prima Ulisse era solito fare un giro in bicicletta in Corsica col figlio e altri ragazzi, ma arrivati all’ultimo giorno, prima di rientrare da “Ile Rousse”, obbligava la levataccia per aspettare il sorgere del sole all’orizzonte e per far provare emozioni che le nuove generazioni non avevano provato.
    Questa società basata sul successo, denaro e apparire, ha perso i valori che ti danno la forza di reagire alle mazzate che immancabilmente arrivano: bisogna temprare non solo il fisico ma sopratutto la mente, il cuore, il carattere. Ulisse sulla Granta Parey, scalinando una parete verticale di verglas in libera pensava: “il titolare dell’ufficio tecnico pensa di spaventarmi col licenziamento per ottenere il pieno dominio, ma non sa che quando si rischia la vita alla domenica, il lunedì non si ha più paura neanche dei leoni!”

    Franco

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    Il punto di vista del prodiere... Noi in regata (di Antonio Cutrupi)
    IN REGATA: il punto di vista del prodiere (di Antonio Cutrupi)

  • Storie di Mare: racconti di viaggio, esperienze in barca e articoli tecnici

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    Storie di Mare: racconti di viaggio, esperienze in barca e articoli tecniciTi piace scrivere e vuoi condividere le tue esperienze di mare? Da oggi puoi farlo grazie a “Storie di Mare”, la nuova sezione di Vela Pratica, il blog di vela nella Top Five di Google e sito ufficiale della Federvela Calabria e Basilicata.
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